Penombra

Un muretto a secco, erba incolta, il silenzio dell'estate e delle cicale.
lunedì, 11 maggio 2009



SULLA TORRE



Stava sulla torre quasi immobile, fisso, con lo sguardo sugli astri. Il cielo era meravigliosamente limpido, quella sera, nulla di meglio, per le sue osservazioni. Mancava qualcosa lassù, a colmare i vuoti delle sue carte. Si tolse da qull'immobilità, sospirò. Sedette. L'aveva preso la stanchezza. Sarebbe stato il momento d'andare a riposare.  Poteva godersi il fresco di quella nottata, steso. Perdersi nella vastità. La sua mente, però, non glielo permetteva. Era insoddisfatto, affamato. Riempite le carte, riempito il cuore.

Fu distratto da una voce che veniva dai vicoli del bazar, dal basso. Era una voce lamentosa, un vecchio, forse. S'affacciò. Non potè vederlo, ne sentì ancora appena le ultime parole, che si sperdevano tra i vicoli. "La magia... la magia...". Non aveva mai creduto alla magia, ma chissà quel vecchio che andava imprecando. Forse, la magia. Erano più sicuri i suoi, i suoi mattoncini, piccoli, ma eretti in modo che nessuno potesse approfittarne, buttarli giù. Ad alzarsi come un lucciante minareto, visibile dalle più lontane rive.

Ancora uno sguardo al cielo, pensò. Come un riflesso a quell'idea gli tornò in mente lo sguardo di quella ragazza che ormai lo fissava da qualche giorno. L'aveva scoperto per caso, guardando il nuovo banco nel suq, proprio vicino alla sua casa. Due occhi che avevano iniziato a seguirlo. Anche di notte, si sorprese ora. Li ricordava perfettamente. Lo spazio che li separava dalle sopracciglia, perfette. Il colore, ricco come giardini di delizie. Quella perfezione gli appariva persino innaturale, da tanto si replicava nel suo spirito. Cominciò a considerare quelle soppracciglia come archi. Li disegnò a memoria, non erano semicircolari. Era un'osservazione stupida.  E aveva dimenticato le stelle. Le stelle invece brillavano gioiose.

Forse c'è una curva ed un calcolo che le contiene. Potrei disegnarle. Forse c'è anche per il loro colore, qualcosa che possa contenerlo. Sarebbe uno studio importante. Non è forse per gli occhi di qualcuno che si perdono milioni di esseri? Non è forse per gli occhi di qualcuno che l'uomo uccide e invece magari non uccide più? Certo, le stelle sono più lontane, il minareto sarebbe così alto da non temere confronto. Le stelle s'erano incupite ora, anche gli occhi della ragazza s'erano allontantati. Sembrava stessero perdendo un po' del loro splendore. Divenne triste. E se avesse perso anche questi occhi? Forse avrebbe perso le stelle e gli occhi. Forse stava perdendo se stesso.

S'affacciò alla balconata. Il cielo pareva un mare, e un mare era il deserto che vedeva oltre la fine della città. Le stelle danzavano della loro luce, le ultime voci dalle taverne portavano risate e rumori di boccali che s'urtavano sui tavoli. Domani la ragazza sarebbe tornata al mercato, forse, e i suoi occhi l'avrebbero nuovamente annegato, qualunque calcolo ne avesse potuto fare. Si sentì un po' sacrilego. Si sentì piccolo, circondato da tale ampiezza. Le carte macchiate d'inchiostro sembravano passi di formiche sulle dune, che nessuno avrebbe ricordato. Avevano un che d'inutilità, ora, un'inutilità che non avrebbe certo potuto riempire un cuore. Avrebbe voluto diventare un soffio di vento e perdersi.

Era un pensiero non così brutto, però. Disperdersi. Ma non finire, non morire. Solo cancellare le linee, quelle che disegnava sugli occhi di lei. Ripulire il mondo da quei tratti infinitesimi, perchè erano così piccoli, così insignificanti. Toglierli anche dalle stelle, per un po'. Il mondo non aveva quei segni.

Farsi prima sommergere da quel mare, respirarlo. Una specie di ebbrezza.

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lunedì, 11 maggio 2009



Suq



Il vecchio s'aggirava per le strade senza apparente meta. L'odore della sera era ruvido e fresco, come quello delle tende delle botteghe, attardate aperte sulla notte appena arrivata. Il vecchio aveva gli occhi rossi e fissi e i sandali impolverati di chi da troppo tempo stia camminando, senza essersi ancora posato. Guardava il cielo blu, le stelle gialle, un cielo così ricco e carico da sembrare la cupola di qualche cattedrale. Per conto suo, senza aver avuto il bisogno di dirlo, aveva già rinnegato le moschee e le cattedrali. I suoi occhi erano smarriti, come se le stradine sabbiose e la cupola laccata, allo stesso modo delle crasse risate che venivano dalle taverne, fossero solo pietre, pietre variopinte e silenziose. Quando non ne potè più, proteso in una smorfia costernata, cominciò a gemere: "La magia... la magia...". E così continuò ad andare, quasi volesse richiamarla alla vita, la magia, quasi sperasse di vederla sbucare da un crocicchio. Quasi il suo gemito stesse per volgersi in un grido disperato, un disperato monito alle persone distratte, all'universo assopito.
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giovedì, 07 maggio 2009



APPUNTI DI VIAGGIO






APRILE


E mi sono accorto che cominciavo a vivere piuttosto per il come che per il perchè, ed era bello vivere così, come liberarsi di un peso, di troppi anni, come lasciarsi ripulire dalla piena, lenta, pesante, invisibile, che spazza il fondo e ti lascia limpido.





SENSAZIONI


Sono morbido delle tue cure, delle tue inconsapevoli cure, m'hai ridotto ad un'arancia. Ogni tanto, con inconsapevole cattiveria, stacchi uno spicchio. Sento i tuoi polpastrelli che lo schiacciano sul marmo, sento le tua dita che spiaccicano le fibre, fino a farne un succo che cola via. Che sarà quando avrai finito?





L'UOMO NERO


Non dormiva. Poteva raggiungere con una mano sua moglie, ma non la voleva. Il desiderio era morto. Il sogno non la prevedeva. Ed era un padrone molto esigente, il sogno. Un padrone seduto su anni di parole non dette, di mani che non si trovavano. Il sesso un equivoco, la sottile patina del contatto uno schermo solo, uno da una parte, uno dall'altra, a guardare storie diverse. Senza voler andare, senza voler restare. Col sogno di un lago di dolcezza appassionata, di carne che si mangia palmo a palmo. La carne che mordeva in silenzio.

"Giochiamo a fare i grandi?" Il pensiero, fulmineo, nitido, articolato, lo sorprese e lo agghiacciò. Sapeva che quel pensiero andava verso un essere innocente. Eppure non aveva premeditato nulla, non aveva mai coltivato un'idea simile. Non era nel suo spirito. Si sentì come se qualcuno si fosse infilato a parlucchiargli dentro, senza volersi far vedere. A fargli pensare che quell'idea fosse nativa. A fargliela pensare.

Doveva farci i conti. Con quell'uomo nero, che ogni tanto si vedeva all'opera, in giro. Che non era così lontano neppure da se stesso. Che dormiva, come uno di quei fanatici pronto a risvegliarsi al momento opportuno. Con quella parte demoniaca che occhieggiava nel fondo, dentro, dove i suoi occhi riuscivano appena a vedere.

L'uomo nero non era più tornato. Sprofondato nel sonno, o tornato a casa sua. Pensava a quel momento come a quei pensieri assurdi che ogni tanto passano per la testa, pensieri omicidi, pensieri malvagi. Si chiedeva se fosse fortunato o capace, nel non provarli che per un attimo. Non faceva i suoi passi confidando nel male.Lo trovava così intollerabile.





IL LABIRINTO


Come si staccava il verde, netto, implacabile. Le siepi di bosso brillavano come smeraldi, come preziosi con gli spigoli netti, le ombre così scure. Non c'era nessuno, per fortuna, a quell'ora a ridosso del pranzo. Per fortuna, a quell'ora, la maggior parte delle persona si stava perdendo in chiacchiere. Ero entrato da solo nel silenzio dei corridoi. La prima parte del labirinto m'arrivava al petto, poi piano piano, avanzando, aveva sommerso la mia testa ed ora ero perso tra le foglioline minute che s'alzavano compatte. Sarei rimasto lì per sempre, il mio paradiso. Sorridevo al pensiero che qualcuno si potesse sentire smarrito, in quel posto. Io ero a casa. Mi fermai lì dove le siepi erano più alte. Chiusi gli occhi. Respiravo lentamente, mi godevo l'aria carica, la sentivo contagiare la parte alta dei polmoni. Il pensiero corse a te. Ti immaginavo lì, arrivata lì con me, mano nella mano, a berci la nostra meraviglia. Il caldo sollevava l'aria, ci portava l'odore della verzura, ci solleticava. Eravamo insieme. Ti sollevai la maglietta. Come erano belli i tuoi seni, scoperti. Eravamo insieme, eravamo soli. L'aria ci cullava, il labirinto ci proteggeva e quel momento sarebbe durato solo ora, per tutto il tempo. Stavamo annegando, dimenticando la riva. La mia bocca. La tua.



 
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giovedì, 30 aprile 2009



Chi più ne ah, più ne metta.





Te lo dicevo, io:

"Ahaaaaaaaaaaaaaah!"


La morte (violenta):

"Aaaaaaaaaaaaaaaaaahhh..."


La morte (non violenta):

"Ahhhhh..."


La caduta degli dei:

"Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahzz!!!"


L'amour:

"Aaaaaaaaaaaaaaaaah aaaaaaaaaaaaaaaah aaaah ah         ah"


Il dolore:

"Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhia"


La sabbia alle 13.00:

"Ah ah ah ah (continua fino all'acqua)"


La gatta sul tetto che scotta:

"Aahoo aahoo aahoo aahoo"


Quella volta che non camminò con le spalle sufficientemente rasenti al muro:

"Ah!"


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mercoledì, 29 aprile 2009


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Io lo so
lo so cos'è l'amore

l'amore ti rende ragione
- di tutti i giorni di tutte le foglie cadute di tutte le parole sbagliate di tutti i pomeriggi -

l'amore ti rende ragione
l'amore ti rende completo
l'amore ti parla
e tu sei una sola sua parola

io lo so
lo so cos'è l'amore
l'amore ti rende ragione
e ti rende completo

di tutti gli occhi che hai visto
di tutte le domande che stavano lì, ferme, ad aspettarti  
di lei che si nasconde dietro una tenda della sua casa
di lei che ti conduce semplicemente per come è attaccata la sua schiena al suo bacino
di tutti gli anni che si sono persi
come foglie che cadono nella testa e non si fanno incollare

lo so
lo so cos'è l'amore

che è improvviso e rapido come un generale
non ha tempo di aspettare
e ti guarda mascherato, stamattina, tra innocue tenui facce
perchè tu non ti spaventi
perchè tu non abbia a fiatare, quando sarà

lo so
lo cos'è l'amore

capitano!
andiamo, capitano, andiamo, prima che la nave s'arrenda al porto

scivolando in quella specie di morbida fissità
tu che mi parli
che strano, con le mie stesse parole.
 






postato da: PAPPINA alle ore 10:53 | link | commenti | commenti
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domenica, 19 aprile 2009

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La prua avanzava verso la costa. L'approdo era ormai vicino, il regno aspettava. La principessa stava fissa come una polena. Guardava il profilo della torre, le montagne che s'alzavano dalla parte opposta. Sarebbe stata responsabile, di tutti. Degli stracci delle donne, delle corazze dei soldati. Dei pascoli e degli animali che vi pascolavano. Dei pozzi, del grano.

Ma non le importava veramente. Non le importava più che dei pochi sfuggenti capelli che il vento le muoveva sulla fronte. Non le importava più nulla. Eppure avrebbe vissuto. Cosa avrebbe potuto portarle, la vita? Momenti, stagioni. Attimi da consumare come un pranzo, piacevole, a volte, a volte insulso, un pranzo consumato con dignità, magari, ma scomparso mentre lo si faceva. Nulla che restasse conficcato dentro, nulla che restasse per sempre.

Sapeva che mentre la sua nave arrivava, ed il suo regno andava a cominciare, da qualche parte, era certo, un regno finiva, una nave portava via. Ed una spada uccideva, ed un bambino veniva al mondo lacrimando. E gli amanti consumavano le loro ore, tutto così, come una canzone. Forse era preda di un qualche maleficio. Doveva esserci qualcosa per cui sentirsi accesa. Qualcosa per cui consumarsi con una feroce gioia. Ma era come sorda.

Sollevò le vesti pesanti per accedere al molo. Guizzavano le bandiere, i cavalli si muovevano appena. Il rullio dava una certa nobiltà alla scena. La mente la portò in mezzo ai brughi con la tinozza colma di lini da appendere al vento. Non cambiava molto. Forse l'avrebbe preferito. 

Le sembrava così enorme questo silenzio che sentiva, così enorme come una colpa. Questa sua calma morte, come una nave nella bonaccia, lontana dalle rotte. In una terra da fine del mondo. Eppure non provava dolore. Forse avrebbe dovuto gridare, in barba alla pazzia di cui certo sarebbe stata fatta segno. Forse avrebbe dovuto prendere una lama e farsi colare il sangue. Sarebbe stato solo per non arrendersi a quella spaventosa molle dolcezza.

Aspettare con regalità. Un elfo. Una dama e le sue parole. Ritrovarsi nell'immagine riflessa dalle acque del lago. Una mattina come un risveglio. Almeno aspettare con regalità.

  

postato da: PAPPINA alle ore 16:49 | link | commenti (2) | commenti (2)
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domenica, 19 aprile 2009

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Di che colore sei?

 

Non riuscivo a guardarti.

Eri così buia, seduta.

Vedevo appena le parti più chiare, qualcosa della faccia, le gambe. Poi tutto si spegneva nei tuoi occhi.

Chissà dov’eri e quanto eravamo lontani. Di sicuro non c’ero più.

 

Il barcone rifilava i bordi dei canneti. Per quei benedetti fiori di loto c’era ancora da aspettare. Eravamo saliti sul terrazzino, mi pendeva la macchina dal collo e avrei voluto buttarla via. Volevo stringerti e sentirti ancora mia. Sentire che eravamo ancora nello stesso mondo e che guardavamo con gli stessi occhi. La stessa città che s’avvicinava dal fondo.

 

Di che colore, sei,  amore?

 

Allora eravamo un unico sorriso, ti ricordi? Avevamo denti maliziosi. Sapevamo dove colpirci. Andavamo come fossimo petali in un fiume di petali, appiccicati, prima che il vento finisse.

 

Di che colore è la Primavera?

 

Adesso sei un fiume di ghiaccio, ma se dovessi scioglierti non aver paura a prendermi, a farmi male, come viene. Prima che il vento finisca.

  

postato da: PAPPINA alle ore 15:58 | link | commenti (1) | commenti (1)
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venerdì, 17 aprile 2009



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Una donna non snob.
Con due centimetri in più sul culo. Che sia morbido.
Con gli occhi vivi.
Di solito gli occhi vivi fanno abbastanza.
Una donna capace di stringere.
Che sorride a mezzogiorno.
Non mi interessa il caffè allungato.
Con cui stare nudi. Pelle a pelle.
Ho bisogno di entrarci dentro. Di conoscerla.
Praga. A notte al Reduta. Se la cosa è semplice.
Taglia che è rosso.

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venerdì, 17 aprile 2009




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A volte è così difficile ritrovare le parole.
A volte sembra proprio che sia una questione di ritrovare le parole.
Se io avessi le giuste parole io prenderei il mondo.
Anche se fossi muto, avrei bisogno di parole per la mia testa.
Anche se fossi una barca, che scivola su un fiume piombo, avrei bisogno di scivolarci ancora un metro sopra, ancora di un'altra parola.
Magari non detta, magari non scritta, magari non ancora interamente pensata, ma almeno percepita, neppure nel cervello, ma almeno minimamente percepita, che mi sta nascendo dentro.
Una parola che dice sì, probabilmente.
Una parola piena, che sa di qualcosa, che basta a salvarmi, basta per esssere me per quell'attimo.



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venerdì, 17 aprile 2009




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In mezzo all'acque i grigi musi sputavano anch'essi. in mezzo alle felci zuppe, fra tutta quella pienezza, andava il soffio dei passi passati. Ecco, c'erano due ragazze affamate. Le gonne spazzavano la ghiaia, ma come potevano pensarci, come potevano pensare? Divoravano ridendo, annusavano quel nettare sbriciolato che occhieggiava sull'erba. Era un letto e loro erano sfatte. Scoperte. Col ventre pieno di sole e lombrichi di voglia che s'ingrossavano ad ogni tocco. Fino come serpenti, a prendere le vene, traboccanti, rifulgenti, dissolti infine in un afflato. Che il respiro restasse per altre ore, per ritrovare qualcosa di pari.





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