Inverno
Accanto alla macchina. Le foglie. La piccola piazzola rotonda, il battente di cemento, il cerchio pieno di foglie verde marcio, una sull'altra. Piccole foglie verdi, dimenticate dagli spazzini. Non ci saranno più. Sopra le foglie s'appoggiano le tende spesse, d'un grigio pesante. L'aria oggi è grigia e scomposta in fasce, come strisce di tessuto, che s'appoggiano l'una sull'altra. Pare che vogliano proteggerci, o farci dimenticare.
Mi ricordo. I grappoli erano pieni, gli acini pieni da scoppiare. Camminavo ancora scalzo. A volte mi appoggiavo a terra, proprio sulla terra. Ricordo bene l'odore secco della terra. Era così secca, l'aria, che i miei passi sollevavano la terra ed il suo odore come fossero polvere. Anche le mie mani che giocavano coi sassi e con le zolle, anche loro. Avevo il naso così vicino alla terra. Avevo il naso così vicino e la testa e quella sabbia mi ammaliava. Miliardi di spore terrose come un fumo, come un dio che mi dava il suo respiro e mi riempiva della sua presenza. E accanto a me, nei filari, benedetti, vibravano di pienezza i chicchi d'uva. Avrei avuto le dita sporche di terra e di zucchero, fra poco, qualche goccia sarebbe caduta sulla mia pelle, del succo di quegli acini. Stavo ad ascoltare quello che mi diceva il succo, anche se era aspro a mezzo, stavo ad ascoltare le mie dita, la colla. Anche se era saturo, stavo ad ascoltare.
POLTRONCINA NR. 8
Pensavo tu dovessi arrivare all'improvviso e così è stato.
Prima scena.
Arrivo dal piano terra, dove ci sono le biglietterie. Salgo le scale con la battuta di ferro, vedo sorgere la Sala 3, dove proietteranno il film, un cartone, tra l'altro. Mi giro per caso o forse no, forse è il caso che sta lavorando per mettermi in qualche anomalia delle sue. Ti vedo a qualche passo da me, forse vai nei bagni. Il tuo culo nei jeans ondeggia rapido, energico. Sculetti. Da come una sculetta si capiscono tante cose. Ci sono donne che non sculettano. Invece il tuo sculettare viene da dentro, c'è un canale che porta direttamente al tuo centro, kundalini o che so io. Come il gusto del barricato che non vedi, ma c'è. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto e la tua energia impalpabile mi prende e si mette dentro e fuori. Ora devo entrare.
Seconda scena.
Prendiamo posto. Siamo solo in cinque nella fila G, io, i miei due companeros, una ragazza. Io ho il numero 7. La ragazza ha il numero 9. 8 ancora vuoto, per il momento. Prendo confidenza con la poltrona, con gli occhialini e nel frattempo dal fondo, che scende le scale, arriva qualcuno. Riconosco i tuoi jeans, le tue scarpe. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto ed il tuo posto è il numero 8. Non faccio neanche in tempo a guardarti in faccia che spengono le luci, ti siedi accanto a me, ci camuffiamo con gli occhialini. Ti sento vicina. Così vicina come se mi stessi guardando dentro. Come se ci fosse una misteriosa intesa, fatta di aure che si incrociano prima ancora di un contatto con la carne. Mi stai frugando dentro, come io frugo te. Sarà vero?
Terza scena.
Il film è cominciato. Ho un orecchio al film e un altro su di te. Ho la sensazione che sia così anche per te. Quelle sensazioni che senti più vere di un assioma, più vere di ogni altra cosa. Mi pare di avere la perecezione delle tue percezioni. Non mi perdo un tuo respiro, sono fortunato, mi sei proprio a fianco. Sento le tue risate. Mi piace come ridi. Hai una risata un po' roca e come il tuo culo mi parla di qualcosa che hai dentro. Mi parla di te. MI piace la tua risata un po' roca. Graffia e scalda come mi piacerebbe facessi tu. Ti stiri un po' sulla poltroncina, spingendo fuori il petto. Vorrei accarezzarti mentre ti spingi fuori così. Vorrei che morissi delle mie cure come io vivo di questo desiderio. Le tue cosce sono così vicine. Vorrei accarezzarti. Ho la sensazione che tu ti stia spingendo in fuori per me. Sarà la mia mente che sogna, però è molto umile in questo momento, è molto rigorosa. E' come se si attenesse ad un genere di fatti invisibili, ma molto reali.
Scena quarta.
Incroci le gambe. Appoggi la caviglia sul ginocchio. La suola della tua scarpa tocca leggermente la mia gamba. Non mi muovo, non posso. In altre occasioni l'avrei tolta. L'avrei tolta per qualsiasi altra donna, ma con te ora non posso. Per te, che non conosco, che vedo per la prima volta, che sento dentro come capita solo quando si è baciati dal destino. Forse ti sei accorta o forse no che mi stai toccando. Lasci la tua suola lì. E non credo neanche che tu sia zoccola. Forse è un caso che ti sia messa così, ma neanche tu puoi farci niente. Neanche tu vuoi muoverti. Mi sento così pieno di desiderio. Se l'erotismo è qualcosa è quello che sei tu ora.
Scena quinta.
Tutto il film così. Ascolto le tue risate, ascolto le mie, sperando che ti piacciano. Ti muovi per spostare la maglia dal bracciolo e mi sposto anch'io, sollevandomi dalla mia finta indifferenza. Tanto lo sai che non mi sono perso una sola tua mossa. Si accendono le luci. Ti alzi in piedi prima di me. Io devo restare seduto un attimo a sistemare gli occhialini. Non ti ho ancora visto in faccia. E magari neanche tu. Non me ne vado senza averti guardata. Sollevo gli occhi per guardarti. Hai i capelli mossi, nervosi, di quella bellezza che ti si agita dentro e di cui immagino mentre me ne nutro correndoti a fianco lungo la Senna o lottando a letto a chi uccide di più. E mentre ti contemplo, mentre ti bevo con la gola spalancata anche tu ti giri e abbassi gli occhi per guardarmi. Non avevi bisogno di guardarmi. Avevi tutta la sala per guardare. E' troppo innaturale il tuo girarti per guardarmi. A meno che tu non volessi guardare me. E mi guardi, senza alcun dubbio, i tuoi occhi dritti e pieni nei miei. Non hai la faccia che mi aspettavo. Non ti ho vista su nessuna copertina, ma non cambierei una notte d'orgia con un tuo miuscolo grammo. Sei una spada. Ti pianti dentro come un vessillo e il drappo sventola, pesante e odoroso, fumoso. Non posso nemmeno parlarti.
Scena sesta.
Riprendiamo la strada. Ti vedo ancora nel parcheggio, ti infili in macchina con la tua amica.
Come la giostra, ritorni.
Vetro
Sono come un prisma. Ogni giorno, più che ogni ora, con la ruota che dà il giro, cambia la faccia iridescente. E ogni giorno, con ogni faccia, cambia quel che mi resta addosso, del mondo che svanisce. Perchè la gran compagnia che attorno balla, va, come fosse giorno che va a dormire, come un racconto che andando va a finire. Ma non mi lascia nulla, nulla che non sfugga. L'iridescenza scivola via, leggera, viscosa affatto, il posto lascia a nuova pellicola leggera, variegata. Il racconto non finisce, né morale. Non si rapprende questo sieroso pomeriggio e la notte s'avvicina. Nulla che righi l'ipnotico ingranaggio, nessun solco dove poggiare il cuore.
La montagna
Come un fiato, caldo, sale il calore del mio petto, fuori dalla camicia, sul collo, sul mento. Metto i passi, lenti, affondati nelle soffici erbe e più avanti, sulla pietra. Di cento colori è il prato, ma salendo si diradano , meno sono gli steli, di meno i fiori, le margherite, le gocce bianche. Arrivo dove le cosce faticano, la salita si fa alta, la cima sopra gli occhi, da alzare la testa. E cammino e cammino e mi lascio giù la gorgogliante freschezza, i reticoli di pietre maltenuti e l'intonaco, i vecchi, gli scambi. Adesso la parete è quasi dritta, ho compiuto quasi il mio compito, arrivo ad un punto dove posso sedermi, guardo giù, poggiato su un piccolo sedile, un dente da cui comincia verso l'alto un piatto ascendere. Sotto il dente ancora tre macchie d'arbusto. Seduto. Guardo, contemplo. Lo spazio. La larga digradante piazza che precipita a valle verso un fondo indistinguibile, che il mio occhio alla fine non riesce più ad analizzare.
E così è il mio animo, simile. Ma più liscio, la cima sconosciuta. Solo il digradare lo vedo bene, tutto il mio passato che s'allontana da dove sono seduto adesso. Tutto un passato lievemente picchiettato, liscio, ruvido solo di licheni, qualcosa che ancora resiste e s'impone, per come mi richiama. Ma appari tu. Tu sei come un dente adamantino, che appena rileva dalla roccia, che ora si fa assolutamente piatta. Su questo mare liscio che scorre via enorme allo sguardo e tutto uguale e duro e intoccabile, in mezzo a questo mare dove non c'è appiglio, dove ci si siede sperando che la Terra non si rotoli per non rotolare, ecco ci sei tu. So già che non c'è piccone, lo so. Resti incastrata come se il mago t'avesse messa lì, inutili le mie braccia umane.
In questa colata di roccia, dove tutto s'è appiattito, anche i licheni si sono fatti scivolosi, in questa colata di porfido grigio, dove a un certo punto ci sei tu, ti guardo.
Con uno sforzo disperato, qualunque cosa, qualunque cosa, per superare la tua indifferenza. Perchè ti possa per un attimo interessare. Quello che vuoi. O tagliarmi una mano. O spaccarmi la testa. O preferisci che taccia? O preferisci che canti? Sei così assurda, assoluta. Sei così strana. Sei così decisa. Mi sorridi senza sentirmi. Io non posso toccarti.
Questa soluzione si rapprende sulla pelle, sulla faccia, sulle braccia, una cataratta.
Se il copione fosse il dovuto, ora tutto dovrebbe sciogliersi, compresa la mia memoria, i miei ricordi, tu, ogni cosa. Ma. Non è per sperarti che mi rialzo. Forse è la sete. Non lo so. Forse è la Terra che s'è piegata e m'ha fatto muovere.
LA RAMARRA
Sarà un po' difficile toglierti,
adesso.
Cercavo due occhi
e tu me li hai dati.
Questa sera
Guarda il mare, mi dici, guarda il mare,
guarda com'è ricco, stasera,
guarda com'è vestito;
io vorrei, ma non posso;
ti cammino addosso come un granchio, leggero,
per paura che tu sappia tuttti miei pensieri.
Questa sera è buia come un bacio nascosto,
affacciati alla grotta,
beviamo il fresco d'ogni goccia che dondola, qui sotto.
Ma sì, che lo vedo, questo mare,
sì che lo respiro, il fiato dei pesci;
anche loro staranno facendo l'amore, là sotto.
Tutto qui stasera è qui per noi:
le onde che battono piano,
il cielo che tace e ha spento la luce,
il tuo collo che scende irresistibile,
tu che parli e parli e parli e ridi e lo sai,
e il mio cuore che batte e batte e batte,
partito, come non dovesse tornare.
Voglio mangiarti una ciliegia per volta,
stanotte.
Il Fiore
Quando intorno a me l'aria è cupa a prima sera
e la chiesa è lontana, se ancora c'è,
e guardo i tuoi occhi e come ti muovi,
quegli occhi così belli, aperti,
e come ti muovi,
come se le tue braccia seguissero la giusta corrente del mondo,
e come dai quei piccoli ritocchi,
quei coriandoli che fanno la festa, oggi, sempre,
allora mi dico che a te,
alla tua vita prepotente e ignara,
è aperta la porta della gioia più grande,
la gioia benedetta.
Quando poi penso a come colano i fiumiciattoli del maligno,
tacendo fino ad urlare,
a quando trapassano gli argini, ormai irresistibile onda,
all'orrore che ti entra dentro, non atteso, irriguardoso,
allora,
allora mi dico che su di te pesa tutto l'orrore del mondo,
tutto l'orrore se mai esista orrore.
Ma poi continuo a pensarti,
a guardarti,
a immaginare le tue ore nutrite nell'oro,
le tue ore disciolte nel sangue,
e mi dico che no,
non è tua la gioia più grande
e neanche l'orrore:
la gioia più grande è la mia
perchè io ho te
e solo io ti posso guardare
io solo ho le tue corse, io il tuo sonno,
io il tuo ridere scomposto, le tue piccole mani;
ed è mio anche l'orrore, quello più grande,
perchè quando piangi
- e maledetto sia chi ti fa piangere -
solo io vedo le tue lacrime.
the sweetest one
come un barbone come un pazzo i miei occhi spaventano e la gente preferisce non guardarmi ancora non puzzo ma fra un po' chissà eppure anche io ho avuto i miei momenti anche io
mi ricordo l'aeroporto quel perfetto aeroporto lucido grigio e profumato gente che andava e veniva chissà da dove ma era bello guardare la vita che cambiava forma la vita
e fuori l'aeroporto fuori dall'aeroporto fuori dall'aeroporto c'era la natura lussuriosa perchè solo la natura è lussuriosa
ogni pianta si confondeva con l'altra il verde si mescolava e ogni foglia era una singola goccia di tinta
che faceva il temporale
e ogni goccia si confondeva con le scimmie che strillavano e ogni verso si confondeva con le parole gialle e spezzettate dei pappagalli e ogni parola era impastata del fumo umido che s'alzava dalla marcita di sotto e nell'umido c'era chi mordeva di veleno chi mangiava il piacere senza sapere di preciso dove finisse una cosa per lasciare spazio all'altra ma di certo era così
ecco e io ti scrivevo ti scrivevo come un uomo normale impastato di quel miele che respiravo e ti scrivevo pensandoti mentre aprivi gli angoli della bocca
poi tutto è finito chissà perchè come fossimo finiti dentro una cascata che scende scende senza mai tornare
come un barbone come un pazzo ma sono solo disperato perchè lo sai cosa cerco, vero? lo sai cosa cerca ogni uomo ogni faccia che vive su questa terra?
quando muoio quando vivo quando sono come il gatto ammalato, col pelo rovinato quando sono come il re alla parata ho sempre cercato la stessa cosa
quando ancora non lo sapevo quando annaspavo cercavo solo un po' di dolcezza
e invece guarda; guarda:
guarda il fumo che esce dagli occhi di tutti, è cattivo; guarda come le cose cercano di attaccarsi, ma non ce la fanno; guarda, non c'è più l'aeroporto, non c'è più il miele; l'acqua precipita, il legno trema, non ci difende.
e se mi vedi uccidere, se mi vedi peccare, sappi che è solo per quello, per lo zucchero che spero di trovarci, per avere ancora le dita appiccicose, non per altro
solo per questo sono ancora vivo.
UN ZA ZA
La mia ombra mi cammina addosso. Benedetto sole. Non si stacca, non fugge. E benedetto Peter Pan. E' così stupida. Mi mostra tutti i miei difetti, così come sono. E la vedono anche gli altri, ma chi se ne frega. Eccola sulla sabbia, ecco che si rompe sui marciapiedi, si rompe, ma al solito rimane attaccata, poi si ricompone poco più in là. E' così brutta. Pensare che io mi vedo persino minuto, ma invece no, ecco che la mia ombra è pesante e poco aggraziata. Eccoli lì, i miei passi. Vorrei essermici abituato. Forse mi starei simpatico. E invece no, ancora no. Ecco la mia ombra, la mia porta su tutto quello che tengo chiuso, su tutto quello che non guardo e mi illudo non ci sia.
....
Anche tu sei un po' ombra. Vieni fuori anche quando la luce mi circonda, forse perchè in una vita la luce non è abbastanza. Anche tu mi stai attaccata, come mi muovo. E muovo il braccio e vedo la tua pelle. E muovo la mano e vedo le tue cosce. Il tuo sesso profuma di rose bianche che stanno per morire e danno d'amore il loro odore dolce, caldo, mieloso, che un po' stordisce e un po' allieta. Continuo a camminare, mi metto sotto all'ombra del roseto, ti sfoglio. Sei dipinta ad inchiostro, sei proprio tu. Una macchia che si spande e lascia il segno e curva e corre. Hai delle facce strane, ma sei attaccata alla mia pelle e questo è quanto. E questo è tutto.
SULLA TORRE
Stava sulla torre quasi immobile, fisso, con lo sguardo sugli astri. Il cielo era meravigliosamente limpido, quella sera, nulla di meglio, per le sue osservazioni. Mancava qualcosa lassù, a colmare i vuoti delle sue carte. Si tolse da qull'immobilità, sospirò. Sedette. L'aveva preso la stanchezza. Sarebbe stato il momento d'andare a riposare. Poteva godersi il fresco di quella nottata, steso. Perdersi nella vastità. La sua mente, però, non glielo permetteva. Era insoddisfatto, affamato. Riempite le carte, riempito il cuore.
Fu distratto da una voce che veniva dai vicoli del bazar, dal basso. Era una voce lamentosa, un vecchio, forse. S'affacciò. Non potè vederlo, ne sentì ancora appena le ultime parole, che si sperdevano tra i vicoli. "La magia... la magia...". Non aveva mai creduto alla magia, ma chissà quel vecchio che andava imprecando. Forse, la magia. Erano più sicuri i suoi, i suoi mattoncini, piccoli, ma eretti in modo che nessuno potesse approfittarne, buttarli giù. Ad alzarsi come un lucciante minareto, visibile dalle più lontane rive.
Ancora uno sguardo al cielo, pensò. Come un riflesso a quell'idea gli tornò in mente lo sguardo di quella ragazza che ormai lo fissava da qualche giorno. L'aveva scoperto per caso, guardando il nuovo banco nel suq, proprio vicino alla sua casa. Due occhi che avevano iniziato a seguirlo. Anche di notte, si sorprese ora. Li ricordava perfettamente. Lo spazio che li separava dalle sopracciglia, perfette. Il colore, ricco come giardini di delizie. Quella perfezione gli appariva persino innaturale, da tanto si replicava nel suo spirito. Cominciò a considerare quelle soppracciglia come archi. Li disegnò a memoria, non erano semicircolari. Era un'osservazione stupida. E aveva dimenticato le stelle. Le stelle invece brillavano gioiose.
Forse c'è una curva ed un calcolo che le contiene. Potrei disegnarle. Forse c'è anche per il loro colore, qualcosa che possa contenerlo. Sarebbe uno studio importante. Non è forse per gli occhi di qualcuno che si perdono milioni di esseri? Non è forse per gli occhi di qualcuno che l'uomo uccide e invece magari non uccide più? Certo, le stelle sono più lontane, il minareto sarebbe così alto da non temere confronto. Le stelle s'erano incupite ora, anche gli occhi della ragazza s'erano allontantati. Sembrava stessero perdendo un po' del loro splendore. Divenne triste. E se avesse perso anche questi occhi? Forse avrebbe perso le stelle e gli occhi. Forse stava perdendo se stesso.
S'affacciò alla balconata. Il cielo pareva un mare, e un mare era il deserto che vedeva oltre la fine della città. Le stelle danzavano della loro luce, le ultime voci dalle taverne portavano risate e rumori di boccali che s'urtavano sui tavoli. Domani la ragazza sarebbe tornata al mercato, forse, e i suoi occhi l'avrebbero nuovamente annegato, qualunque calcolo ne avesse potuto fare. Si sentì un po' sacrilego. Si sentì piccolo, circondato da tale ampiezza. Le carte macchiate d'inchiostro sembravano passi di formiche sulle dune, che nessuno avrebbe ricordato. Avevano un che d'inutilità, ora, un'inutilità che non avrebbe certo potuto riempire un cuore. Avrebbe voluto diventare un soffio di vento e perdersi.
Era un pensiero non così brutto, però. Disperdersi. Ma non finire, non morire. Solo cancellare le linee, quelle che disegnava sugli occhi di lei. Ripulire il mondo da quei tratti infinitesimi, perchè erano così piccoli, così insignificanti. Toglierli anche dalle stelle, per un po'. Il mondo non aveva quei segni.
Farsi prima sommergere da quel mare, respirarlo. Una specie di ebbrezza.